Lifestyle

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27 January 2017

Dovremmo essere tutte femministe. Forse non così.

feminimsm-on-t-shirt

Parigi, sfilata haute couture di qualche giorno fa, fuori dall’entrata un tripudio di modelle, di “influencers” e di celebrities fotografate per le rubriche di street style mentre indossano una T-shirt con scritto sopra “WE SHOULD ALL BE FEMINISTS” (“dovremmo essere tutte/i femministe/i”). Per me non è rilevante qui chi sia il designer della maglietta, nemmeno che sia una donna, e metterò in secondo piano il fatto che la suddetta maglietta di cotone costi 700$ – anche se a dire il vero se la donna che l’ha cucita sta in Cambogia e guadagna 15$ dollari al mese il problema non sarebbe decisamente secondario.

Quello che mi interessa capire è: si tratta di un bel messaggio? Pone l’attenzione su un problema importante? Certamente. Penso che la parola di questo inizio 2017 sia proprio “femminismo” con le Women’s March contro Trump che l’hanno resa protagonista di recente. Sdoganati ormai i tempi – non ancora per tutti però – in cui le femministe erano considerate donne sciatte, acide, coi peli sotto le ascelle, gli zoccoli e la gonnellona, il termine oggi è diventato più pop (dove pop sta anche per popolare, del popolo).

Oggi però proprio a causa del pop il femminismo è diventato più personalizzato e personalizzabile: ogni donna ha diritto di scegliere liberamente e individualmente della propria vita in base a ciò che la rende realizzata. Ad esempio scegliendo di rimanere a casa a fare la casalinga, di rifarsi le tette, di mostrare la propria cellulite su una rivista (ciao Lena Dunham). È quello che si chiama Choice Feminism: ho il diritto di scegliere per me stessa, come donna, come meglio credo io. Qui però si pone il primo problema: il femminismo è per sua definizione un movimento collettivo, che pretende uguaglianza per TUTTE le donne di qualsiasi razza, classe e credo, negli ambiti dove questa uguaglianza ancora non c’è. Rifarsi le tette è sicuramente una scelta da non criticare a priori ma diciamo che una contadina del Guatemala o se è per questo anche una ragazza italiana che guadagna 900 Euro al mese e ne paga 300 per un asilo, non lo mettono certo nella loro top delle priorità come donna. E non ce l’hanno neanche la libertà di scegliere di restare a casa a fare le casalinghe. Forse nemmeno il part-time.

Chi sono le donne che indossano questa T-shirt? Sono femministe? O domani indosseranno una maglietta di un gruppo metal perché la scritta del nome tutto sommato è carina e fa un bel contrasto con i pantaloni a fiori? Succede spesso che i simboli di una controcultura o di una subcultura giovanile, come appunto le magliette di un gruppo metal, vengano “rubati” e riposizionati nel contesto culturale opposto, spesso come beni di consumo [scusate qui sono nel mio, ci ho scritto la tesi di laurea su questo]. Faccio un altro esempio: prendiamo la spilla da balia che è stata il simbolo dei punk, ovvero ragazzi che per protesta “sputavano” letteralmente sulla società inglese degli anni Settanta e per questo utilizzavano per vestirsi anche pezzi di sacchi neri della spazzatura, tappi di bottiglia usati, eccetera. Perché la società dominante, quella dei loro genitori, per loro faceva schifo, era spazzatura. Quando qualcuno ha preso questa spilla da balia, l’ha prodotta in argento, l’ha venduta col suo nome e ci ha guadagnato sopra, allora ha completamente svuotato la spilla del suo valore simbolico che ne ha acquistato così uno nuovo, puramente economico.

Lo stesso, a mio avviso, succede se prendi la parola “femminismo”, la metti su una T-shirt e la fai indossare a donne e ragazze random durante una fashion week con l’obiettivo di farti pubblicità e di vendere la maglietta. Il femminismo si batte da sempre e ancora oggi affinché le ragazzine smettano di crescere con l’idea che essere belle sia più importante che essere istruite o intelligenti per essere apprezzate e che le donne siano continuamente giudicate e messe sotto pressione per il proprio aspetto fisico e ignorate per la propria testa. Cosa che non succede di fatto agli uomini.*

Difficilmente mi viene in mente un ambiente più lontano da questi temi del femminismo di quello di una fashion week. Dove si concentrano privilegi economici e attenzione sul solo lato esteriore delle donne. Non sto criticando la moda o la fashion week in sé ma il fatto di averla scelta come veicolo di un messaggio concettualmente opposto. Queste donne con lo slogan “we should all be feminists” sul petto sanno spiegare cosa c’è dietro a questo slogan? Lo condividono e si comportano di conseguenza nella loro vita? In realtà non penso che interessi loro granché. Così come immagino che le donne che sinceramente credono e supportano questo movimento saranno ben poco interessate a comprare la maglietta.

L’importante è che se ne parli? Per me no, soprattutto se il contesto è assolutamente fuori luogo e il simbolo o uno slogan svilito e svuotato del suo significato originario. Si può amare la moda e contemporaneamente essere femministe, significa però prendersi la responsabilità di affrontare l’argomento in maniera diversa. Altrimenti domani mi metto una T-shirt con scritto sopra “io sono un unicorno”. Ovviamente non significa che io lo sia davvero.

 

EDIT: Lo slogan della T-shirt è tratto dalla conferenza TEDx “We should all be feminists” di Chimamanda Ngozi Adichie da cui è stato tratto il pamphlet “Dovremmo essere tutti femministi” (2015, Einaudi)

*una persona (grazie A.) mi faceva giustamente notare nel mio post sul Body Positive Movement, che è un movimento solo femminile, gli uomini non ne hanno neanche bisogno.

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PHOTO © TEAM PETER STIGTER - FOR EDITORIAL USE ONLY - WITH CREDITS

Foto via: collagevintage, nymag, harpersbazaar, team peter stigter

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17 comments

  1. Articolo molo interessante, secondo me hai centrato perfettamente il punto.
    Il femminismo non è una moda e credo sia squallido farlo diventare tale.

    Giulia Reply
    • già!

      Erica Blue Reply
  2. Sono d’accordo con te: l’argomento femminismo é TROPPO delicato per commercializzarlo in questo barbaro modo. Non stiamo parlando di gruppi rock né di t-shirt vintage del nonno. L’argomento é scottante e soprattutto molto serio: ha influenzato e influenza tutt’oggi la vita di molte donne. E sicuramente le prime ad essere “concerned” non sono le influencers fuori dalle sfilate.

    Un po’ una delusione che la Chiuri in primis cavalchi l’argomento del momento per vendere una maglietta a €700 e non commento la cecità da branco con la quale queste donne si infilano la t-shirt e la combinano con hashtag stile #fashionweek #streetstyle. Mi fa cosi’ incazzare!

    E via che diranno che é un buon modo per ” spread the word”, ma di che? Una scritta su una maglia puo’ riassumere la lotta sociale che molte donne stanno combattendo da 100 anni a questa parte? Io lo trovo avvilente e ovviamente svuota di significato il termine: facciamo credere alle donne che basti una scritta per cambiare le cose. Cosi’ avremo delle generazioni sempre più passive, che si fermeranno sempre più alla superficie delle cose senza mai cercare un po’ di profondità sugli argomenti.

    We should all be feminist because “is in fashion this year”.

    CHIARA Reply
    • esattamente, siamo in una società dove tutto viene sempre banalizzato.

      P.S. “Blue is in fashion this Year” proviene da un saggio di Roland Barthes in cui si accusava proprio questo, il “potere” dei media di far diventare un colore… di moda 😉

      Erica Blue Reply
  3. Quoto anche tutti i commenti!
    voglio solo dire che hanno davvero un bel coraggio perché puoi fare del tuo aspetto un lavoro, senza indossare certe maglie di cui forse non hai mai provato il significato…
    Perché dalla signora che ha lavorato quella maglietta per pochi soldi, ed è anch’essa donna, (anche per quei lavoratori uomini idem!) nella nostra società in senso ampio (dall’avvocato, all’impiegato, al commesso, all’operaio cioè dove un minimo devi azionare la testa e non solo far palestra e sfilare…) le donne faticano ancora ad affermarsi ed è scandaloso dover far sempre il doppio della fatica per arrivare!
    Vederlo in un contesto del genere, dove ti affermi praticamente solo perché sei carina o magra (e non ho nulla in contrario) è fuori luogo. Si poteva fare in altri mille modi se volevano davvero lanciare un messaggio. Non quello economico.
    Ci sono modelle peraltro che fanno davvero un bel lavoro con organizzazioni di beneficienza, onu e quant altro…
    Questa è idiozia, così hanno pensato i miei occhi appena vista quella maglietta!

    Valeria Reply
    • esatto, non sto criticando il sistema moda in generale o chi ci lavora (lungi da me ovviamante) ma usare uno slogan del femminismo in questo modo è un messaggio vuoto e sterile.

      Erica Blue Reply
  4. sante parole e articolo interessantissimo, come dice Giulia il femminismo è diventato veramente una moda!

    giulia Reply
    • una moda dove non si sa minimamente di cosa si stia parlando

      Erica Blue Reply
  5. completamente d’accordo! sono certa mi sarebbe piaciuto leggere anche la tua tesi di laurea (indescrivibile fastidio che provo nel vedere l’ennesima maglietta dei joy division e simili)

    Giulia Reply
    • Ahah sì,

      Erica Blue Reply
  6. Articolo molto interessante, non credo ci sia nulla da obiettare, e’ verissimo che il messaggio in questo modo perde di importanza e l’argomento viene svuotato del suo valore.
    Forse ne avrei avuto un’opinione diversa, se il ricavato delle t-shirt fosse servito a promuovere una qualche associazione che si occupa di gender gap, sviluppo dell’imprenditorialita’ femminile in paesi poveri etc.

    Nicky Reply
    • Sì, anch’io! In quel caso avrebbe avuto un contesto giusto.

      Erica Blue Reply
  7. hai molto ragione,,,, alla fine non capisco piu queste influencer o che ne so cosa e stanno veramente essagerando al nome di fashion. alla fine non abbiamo bisogno di comprare un t-shirt o borse o altro solo perche é fatta da chi non lo so, alla fine tutti fanno al far east con costo molto ma molto basso e metteno una marca che diventa 1000% piu caro???? e per dire la verita , tanti bloggers ed influencers nemmeno hanno un stile o gusto o sanno vestire pero solo per loro fortuna sono diventati famosi…. ed un bel esempio quella Chiara ferragni di blonde salad che sta diventato una vera “bitch” con tutte quelle foto quasi nude per attirare piu stupidi a sua instagram o altro…. alla fine dobbiamo vestire quello che affordabile con buona qualita e comodo e che ci sta bene per noi sopratutto e non vendere te stessa per avere vestiti che nemmeno é bello. non pensate cosi???? con tutti quelli soldi buttate via, preferisco andare in viaggio e vedere nuovi posti e culture ….

    Principessa TiTi Reply
  8. Ciao stellina. proprio un bel post. E soprattutto leggere un punto di vista così rigorosamente limpido e fuori da ogni logica partitica è un vero piacere, per me che ho qualche hanno in più, non tanti da aver vissuto il fenomeno ai tempi, ma sufficienti da essere bimba che sentiva parlare le zie (vedi la ruota che gira?!). Ci sarebbe da aprire un dibattito enorme. Mi permetto di dire che è una frase talmente banale, illogica, demagogica e inutile che, forse, è meglio davvero considerarla solamente un business perché altrimenti si dovrebbe dare a chi l’ha pensata (lei/lui? non so di chi sia) dell’idiota. Sono totalmente e fermamente contro il femminicidio, prendo posizioni e partecipo ad eventi. Oltre al fatto che “chi dovrebbe essere cosa?” E soprattutto dirlo oggi, cosa significa? E poi essere femminista, nel senso stretto del termine, significa dimenticare che ci sono anche uomini rispettosi e sensibili, forse ancora pochi, ma in crescita. E ci sono parallelamente tante donne strxxxx, cattive, idiote e ignoranti, anche queste in crescita. Purtroppo ne ho incontrate tante. Quindi, per quanto mi riguarda, non difendo la categoria che è ben lungi dall’essere perfetta, ma la persona. E condanno il reato, sempre, a prescindere. Brava stellina. Un abbraccio.

    La Zietta Reply
  9. E’ vero, sono d’accordo su tutto. La moda è meravigliosa, ma quando c’è da darsi un limite, bisogna avere l’intelligenza di capirlo e rispettarlo. Meglio pochi ma buoni: non serve stampare uno slogan su una maglia perchè l’idea si diffonda di più e le persone si interessino maggiormente alla questione. Tutt’al più si svilisce il messaggio, si priva di ogni connotazione profonda, diventa solo e soltanto una misera scritta. Si banalizza, ecco. Meglio pensieri non urlati, ma diffusi con la giusta dose di misura, nei contesti giusti. Non posso pensare che ci siano persone che lucrano sulla diffusione di un messaggio che è entrato nel mondo della moda perchè oggi è di moda.

    La moda può fare tanto per sensibilizzare e diffondere conoscenza. Ma questo non è il modo corretto.
    Grazie per il bel post, ricco di spunti.

    Angela
    http://www.madamelagruccia.blogspot.it

    Madame La Gruccia Reply
  10. Bellissimo articolo

    Ti_ Reply
    • grazie!

      Erica Blue Reply

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