Blue Notes

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10 March 2017

Essere se stessi, creatività e numeri

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Quando leggo l’intervista al personaggio noto di turno con buona probabilità troverò anche l’affermazione chiave del suo successo, l’ennesimo: “sono me stesso”. Siate voi stessi, il mondo oggi è democratico, c’è il web, chiunque ha la possibilità di emergere, di farsi valere.

Io temo che in ambito creativo – sottolineo creativo – stiamo andando a velocità sempre più rapida esattamente nella direzione opposta. Come si fa oggi a essere se stessi – e magari socialmente impegnati, creativi, irriverenti, nuovi, se questo è parte di me stesso appunto – se poi per sopravvivere economicamente tutto ciò che ci viene richiesto è di essere commerciali? Essere noi stessi, sì ma nella versione spendibile sul mercato.

Qualche giorno fa ho sentito un’intervista a Fabio de Luigi (su Radio Deejay) che alla battuta ironica sul fatto che facesse film “un po’ tutti uguali” spiegava che ormai i produttori dei film, cioè chi ci mette i soldi nel film, preferiscono “andare sul sicuro”, ovvero fare un un film che è più o meno la copia di un altro che ha già avuto successo. In modo da ricercare e ricreare lo stesso identico successo. Ora, che Fabio de Luigi arrivasse con il fulcro dei mie pensieri attuali sulla (morte) della creatività, non me lo aspettavo. Ma riassume esattamente ciò che ho in mente: “oggi tutti vogliono andare sul sicuro”.

In un’altra intervista l’attrice Kristin Scott Thomas (su The Reader) raccontava di essere stata scartata per una parte, nella quale sarebbe stata perfettamente adeguata, perché non aveva “i numeri giusti”. Nella scelta di un attore le doti di recitazione o il physique du rôle stanno diventando marginali. Ciò che conta è il numero di film che ha fatto in precedenza e soprattutto quanti spettatori hanno avuto, quanto hanno incassato i suoi film.

Questo è ciò che attualmente succede un po’ ovunque nella sfera della creatività. Un tempo il marketing, il cliente, il produttore, l’azienda investiva in un “creativo” per svolgere un lavoro che non era in grado di svolgere. Oggi invece detta anche le regole della creatività. All’illustratore viene detto cosa e come disegnare da qualcuno che neanche sa disegnare. Gli stilisti vengono spostati, licenziati, riposizionati, mortificati dopo un paio di stagioni in base a percentuali e aspettative di vendita. Poi qualcuno si chiede perché nella moda è tutto un riciclare i trend di epoche passate.

Sul web troviamo centinaia di blog pieni di foto esteticamente “perfette”, immagini patinate e professionali, profili Instagram tutti uguali, profili “a tema”, ciuffi d’ananas, cappuccini e marmo bianco ovunque. Non pervenuti sono i punti di vista, le storie da raccontare. Uno stile proprio. Quel gradevole grado di imperfezione. La vita insomma.

Oggi tutto ciò che riguarda la cultura pop – moda, musica, film – a livello commerciale si basa su statistiche, su indagini di mercato, su numeri. Il web ha permesso di tracciare tutti questi numeri in maniera ancora più precisa, ha permesso così di monitorare e “quantificare” i gusti delle persone. Suona molto fantascientifico e moderno e wow! abbiamo la formula magica per il successo. Purtroppo sta rendendo tutto – e tutti noi – omologati, stagnanti, stanchi, svogliati, uguali. Se i contenuti o i prodotti sono costantemente generati in base a ciò che le persone hanno già acquistato o a cosa già ci piace non creeremo più niente di nuovo. Le subculture giovanili e le scene undergound al contrario di trent’anni fa, oggi non esistono quasi più, o hanno ormai ben poche possibilità di crescita, di diventare movimenti. Perché nel momento in cui qualcuno nota qualcosa di “nuovo e riconoscibile” lo copierà, lo farà emergere e lo commercializzerà a tale velocità da bruciarlo sul nascere. Per poi passare al prossimo trend.

Un prodotto va venduto, è ovvio, non ho nulla da obiettare. Ma la creatività non è fatta “per andare sul sicuro”. Rischiare è ciò che hanno sempre fatto gli artisti, è il rischio che porta innovazione. È questo che significa per me “essere se stessi”. Se uccidiamo la possibilità di creare e di innovare e di apprezzare qualcosa di “diverso”, per andare sul sicuro, presto non ci resteranno che i numeri.

 

 

Collage di copertina mio.

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7 comments

  1. Che bel post, una cosa sulla quale mi ritrovo a pensare spesso. Ad esempio su IG che ormai è la mia fonte di immagini quotidiana perché è vero, per quanto mi riguarda sono rimasti pochi anzi pochissimi i blog che seguo e sopratutto leggo, trovo, i profili, tranne eccezioni tutti uguali. Sopratutto quelli che hanno più followers che siano moda o lifestyle se vogliamo chiamarlo così sono quasi tutti uguali. Certi non sono altro che una raccolta di cartoline dai luoghi che frequentano, ad esempio travel blogger o simili con macchine d’epoca immortalate per strada, cibo, cartoline e qualche outfit. Non so, io non ho certo trovato la formula dell’originalità che per quanto mi riguarda non esiste più ma vedere profili seguitissimi uno uguale all’altro fa davvero pensare… Questo periodo sto riflettendo molto sull’immagine per interesse personale e la cosa mi appassiona e alle volte mi scoraggia contemporaneamente. Qualche giorno fa ho letto una bella intervista di Nino Migliori in cui diceva che una immagine è vera quando ci ritrovi te stesso e mi è sembrato incredibile come una persona riuscisse a riassumere con parole quello che avevo in mente in modo confuso. La mia è una riflessione più sull’immagine ma in realtà vale per tutto. Praticamente non si fa un lavoro creativo per esprimere e sopratutto cercare di trovare faticosamente se stessi ma semplicemente per vendere. Insomma di creativo c’è rimasto ben poco. E’ pur vero che bisogna vivere in qualche modo, io sono dell’idea che nella creatività come in tutto il resto siamo arrivati ad un punto in cui non si fa altro che seguire il flusso senza ragionare sulle proprie decisioni anche le più piccole quotidiane. Non abbiamo bisogno dell’ennesimo film banale con de Luigi che probabilmente non fa arricchire nessuno nemmeno chi lo produce, non abbiamo bisogno dell’ennesimo maglione di pura plastica di hm eppure viene venduto. Io sono sempre più convinta che ci sia troppo e troppo poco pensato e progettato.

    erika Reply
    • Erika guarda hai risssunto perfettamente, “c’è troppo e troppo poco pensato” oppure pensato in una direzione unica, essere uguale a qualcos’altro per funzionare di più.

      Erica Blue Reply
  2. …e daremo i numeri…. :-)

    jicky Reply
    • 😀

      Erica Blue Reply
  3. “Se i contenuti o i prodotti sono costantemente generati in base a ciò che le persone hanno già acquistato o a cosa già ci piace non creeremo più niente di nuovo”

    >> sono assolutamente d’accordo. Ed è così anche per la televisione, purtroppo (specie in Francia dove quasi tutti i canali non inventano se non basandosi alle aspettative del pubblico… Tranne su ARTE. Per il resto, si crea solo per il consenso collettivo… Che tristezza…)

    jicky Reply
  4. “Quel gradevole grado di imperfezione. La vita insomma.” Chapeau!

    Alessandra Reply
    • :)

      Erica Blue Reply

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