Lifestyle

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7 aprile 2017

Crescere bambine femministe. O meglio bambini senza stereotipi di genere.

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Un paio di mesi fa ho scritto un post sul femminismo da T-shirt, lo slogan su quella maglietta era tratto da un saggio di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana. Che ha appena pubblicato un secondo saggio sul tema del femminismo: “Cara Ijeawele – ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista” (edito da Einaudi).

Prima ancora di leggere il libro il titolo mi aveva fatto sorgere spontanea una riflessione: perché i consigli sono diretti solo a una figlia femmina e non anche a un figlio maschio? Il femminismo non è un simpatico club di appartenenza femminile – cosa che molte ragazze che ne parlano in giro come si trattasse dell’ultima puntata di una stupida serie tv mi sembra spesso dimentichino – ma è un movimento che ha lottato e lotta per l’uguaglianza di genere. E pari diritti tra uomini e donne si ottengono cambiando anche e soprattutto la mentalità dei maschi. L’educazione dei genitori è fondamentale in questo.

Mi è capitato di recente di vedere una coppia di amici che ha regalato un set giocattolo di mini scopa, spazzola e paletta per la polvere al proprio figlio di due anni. A un figlio maschio. Fa ancora un certo effetto vero, il gioco del set di pulizie regalato a un maschio?

Io da piccola giocavo poco con le bambole-bebè, moltissimo con le Barbie, giocavo alla chef di ristorante con le piante in giardino come pietanze e i fondi di caffè come torta, giocavo con il lego, con le macchinine e con i robot. E giocavo spesso a Barbie anche insieme a un amico, maschio. Che non è gay da adulto, preciso, perché questa è purtroppo la domanda che mi si fa spesso sogghignando quando mi capita di raccontarlo (altro stereotipo di genere).

Anche Adichie ne parla nel saggio, dei giocattoli che si comprano ai bambini. Non si dovrebbe indirizzare una femmina verso un gioco e vietargliene un altro “perché non è adatto a una bambina”, limitando così la sua creatività e le sue personali inclinazioni, “le bambole sì, il pallone da calcio no”. Né bisognerebbe dire il contrario a un maschio, aggiungerei io.

Gli uomini migliori e le donne migliori che conosco sono cresciuti con mamme che lavoravano ed erano felici di farlo. E papà che cucinavano ed erano felici di farlo. Non di cucinare una volta l’anno prendendosi applausi e lodi mentre la mamma che cucina tutti i giorni è “scontato che lo faccia” e non si merita nessun plauso. È un altro esempio che fa anche Adichie: se il papà cucina, e lo fa solo in poche occasioni speciali, non lodate “lui, in quanto uomo che ha cucinato” ma soltanto il cibo che ha preparato. Sono piccoli accorgimenti, anche linguistici, che cambiano però la prospettiva macro delle cose. Se il papà esce a giocare a calcetto una volta alla settimana, la mamma ha diritto a un’equivalente uscita una volta alla settimana. E quando lo fa non dovrebbe chiedere il permesso al marito o “se possa tenere lui i bambini”, se lui non lo chiede nello stesso modo a lei. E soprattutto smettiamo di dire che un fidanzato, un marito, un padre “aiuta in casa, che bravo, come sei fortunata!”. Non “aiuta”, fa e dovrebbe fare – anche se il più delle volte nelle famiglie questo non succede – il suo dovere in casa esattamente come lo fa la sua controparte femminile che al mattino va a lavorare come lui.

Il saggio di Chimamanda Ngozi Adichie, scritto sotto forma di lettera a un’amica diventata mamma di recente, è ricco di questi esempi e di consigli. Evidenti e naturali a chi ha già una certa mentalità, magari illuminanti per le donne che danno tanto per scontato. Che il loro ruolo all’interno di una coppia, di un matrimonio e di una famiglia “è normale” che sia sbilanciato a loro sfavore.

“Condizioniamo le ragazze ad aspirare al matrimonio ma non facciamo altrettanto con i ragazzi, perciò fin dall’inizio c’è uno squilibrio terribile […] l’istituto del matrimonio è più importante per una delle due parti. Perché stupirsi, allora, se in molte coppie sposate sono le donne a sacrificarsi di più, al punto da rinunciare a se stesse, costrette come sono a reggere il peso di uno scambio non alla pari?” [pag.43]

È un saggio molto breve, che si legge in un paio di ore. Da far leggere e regalare ai neo-genitori. Non solo alle mamme. Non solo alle mamme di femmine. A tutti i genitori. Perché dobbiamo far crescere bambine femministe sì. E anche fratelli che non stanno seduti sul divano a scrollare uno smartphone mentre la sorella sparecchia al posto loro. Altrimenti sarà inutile.

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2 comments

  1. Cara Erica, da mamma di due maschietti ti ringrazio infinitamente per questo post.
    Io dico sempre che ho l’arduo compito di crescere due bambini al non maschilismo. E mi sto cimentando, ci stiamo cimentando (anche mio marito, nonostante a volte sia un pochino sessista) ma quanto è difficile?! La consapevolezza su molte cose, a volte, non basta a facilitarne la via. Ma noi ci proviamo.

    Alice
    • bravi!

      Erica Blue